La condanna astronomica di Greenpeace a 345 milioni di dollari negli USA è un verdetto agghiacciante, non una mera multa, ma un bavaglio al cuore dell’azione climatica. Questa sentenza, figlia delle proteste contro l’oleodotto Dakota Access Pipeline – simbolo di una tecnologia fossile obsoleta e dannosa – rivela un attacco sistematico alla giustizia ambientale. Proteggere infrastrutture che alimentano la crisi climatica, violando i diritti ancestrali di comunità indigene come i Sioux, è un affronto etico e scientifico.
L’uso di Strategic Litigation Against Public Participation (SLAPP) criminalizza il dissenso, soffocando la voce di chi, con prove scientifiche, denuncia l’emergenza. Se l’attivismo viene piegato dal potere economico, la transizione verso un futuro sostenibile sarà irraggiungibile. Questa è un’ultima chiamata per difendere la libertà di espressione, pilastro indispensabile per un’ecologia politica che ponga il benessere del pianeta e dei suoi abitanti prima del profitto fossile.
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