La Repubblica Democratica del Congo (RDC), scrigno di biodiversità e custode del secondo polmone verde del pianeta, si trova sull’orlo di una catastrofe auto-inflitta. Il governo sta pianificando di mettere all’asta oltre metà del suo territorio per l’estrazione di petrolio e gas, includendo la cruciale torbiera della Cuvette Centrale – un serbatoio che immagazzina ben 30 gigatonnellate di carbonio.
Questa mossa scellerata minaccia il 64% delle foreste intatte del paese e gli habitat di specie uniche e in via di estinzione come gorilla e bonobo. Non si tratta solo di un disastro ecologico locale; è una pugnalata al cuore della lotta contro la crisi climatica globale, minacciando di rilasciare una vera e propria “bomba climatica” in un momento di urgenza planetaria.
Le implicazioni sociali sono devastanti. Milioni di persone, tra cui innumerevoli comunità indigene, vedrebbero la loro casa, la loro cultura e la loro sussistenza distrutte, svendute per miopi profitti fossili. Questa decisione rappresenta un tradimento della giustizia climatica e una contraddizione eclatante: il governo promuove la creazione di corridoi ecologici mentre simultaneamente espande l’estrazione di combustibili fossili, ignorando i propri impegni internazionali e il grido della sua gente.
Invece di abbracciare l’innovazione tecnologica sostenibile e diversificare l’economia verso un futuro verde, la RDC opta per un modello obsoleto e distruttivo. Urge fermare questa follia. La comunità globale e i partner internazionali devono bloccare i finanziamenti a tali progetti devastanti, sostenere i diritti e l’autodeterminazione delle comunità locali e investire in alternative energetiche pulite. Il destino del Congo è indissolubilmente legato al destino di tutti noi.
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