Il metano è il secondo gas serra più potente, responsabile di un terzo del riscaldamento globale attuale. La sua concentrazione è cresciuta del 256% dall’era pre-industriale. Pur avendo una vita atmosferica breve (circa 12 anni), la sua capacità di intrappolare calore è 86 volte superiore a quella della CO2 nei primi 20 anni. Questa peculiarità lo rende il bersaglio più efficace per una de-escalation immediata dell’emergenza climatica.

Il 60% delle emissioni è antropogenico, provenendo principalmente da combustibili fossili, agricoltura e rifiuti. La tecnologia offre soluzioni immediate: dal 70% di riduzione nelle operazioni di petrolio/gas (il 40% a costo zero) all’integrazione di alghe nell’alimentazione bovina che abbatte le emissioni fino all’82%. Ma la politica arranca: solo il 13% delle emissioni totali è coperto da strategie di riduzione, un’inaccettabile negligenza.

Questa inerzia ha gravi implicazioni sociali, alimentando l’ozono troposferico che causa mezzo milione di morti e danni alle colture ogni anno. La narrativa del “gas naturale come ponte” è una pericolosa illusione: le fughe di metano lo rendono spesso più impattante del carbone. È tempo di volontà politica, innovazione sostenibile e giustizia climatica per ridisegnare i nostri sistemi alimentari ed energetici. Le soluzioni per tagliare il 45% delle emissioni entro il 2030 esistono; la scelta di attuarle è politica.

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